Segnali che arrivano da molto lontano possono riguardare da vicino ciascuno di noi.
Nel suo nuovo articolo pubblicato su L’Osservatore Romano, Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia e recentemente nominato socio onorario AIPEC, parte dalle profonde alterazioni climatiche che interessano il Pacifico e dal rischio di un nuovo “super El Niño” per richiamare l’attenzione sulla fragilità degli equilibri del pianeta.
“Il Pacifico grida. E non servirà nascondersi” è un invito a non considerare la crisi climatica come qualcosa di distante, né geograficamente né nel tempo. Ambiente, economia, sicurezza alimentare e condizioni di vita sono parte dello stesso sistema e chiedono una responsabilità condivisa.
Un tema che interpella da vicino anche il mondo dell’economia civile e le imprese: le scelte di oggi contribuiscono a determinare la capacità delle nostre comunità di affrontare le trasformazioni ambientali e sociali di domani.
Ecco il link all’articolo sull’Osservatore Romano: Leggi l’articolo: “Il Pacifico grida. E non servirà nascondersi”
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Ed ecco l’articolo integrale:
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Quando le acque del Pacifico equatoriale mutano il proprio respiro termico, l’intero equilibrio del pianeta viene stravolto. “El Niño” — la fase più calda della complessa oscillazione oceanico-atmosferica — non è una mera curiosità meteorologica, ma uno dei più potenti motori climatici della Terra. In condizioni ordinarie, i venti alisei soffiano con costanza verso ovest, spingendo le acque superficiali calde verso l’Asia e l’Oceania, permettendo la risalita di correnti fredde e ricche di nutrienti sulle coste occidentali dell’America Latina. Quando questo meccanismo si incrina, gli alisei si indeboliscono arrivando ad invertire la propria rotta: una gigantesca massa d’acqua surriscaldata rifluisce allora verso est, alterando la circolazione atmosferica, spostando ovunque le precipitazioni e sconvolgendo i ritmi biologici della terra e del mare.
Nelle ultime settimane la comunità scientifica — attraverso l’ONU e l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) — ha lanciato un allarme senza precedenti: il 2026 vedrà l’arrivo di un “Super El Niño” di proporzioni straordinarie. Nel cuore del fenomeno le temperature oceaniche che hanno già superato di 2,6°C la media trentennale, con previsioni di un picco record pari a circa 4°C che secondo autorevoli ricerche non è mai stato raggiunto nell’ultimo millennio. Il dato allarmante risiede nella convergenza tra questo ciclo naturale e il riscaldamento globale di origine antropica: un corto circuito climatico che sta riversando nell’atmosfera quantità immani di calore e che spingerà le temperature globali del 2027 ben oltre la soglia critica di +1,5°C fissata dagli Accordi di Parigi.
La mappa dei rischi disegna una vulnerabilità planetaria. In Asia e Oceania, l’alterazione dei monsoni minaccia i raccolti di riso e grano, lasciando presagire prolungate siccità e incendi devastanti nelle foreste equatoriali dell’Indonesia e dell’Indocina. In Africa e Sudamerica, la distruzione dei cicli agricoli rischia, secondo gli allarmi del Programma Alimentare Mondiale (WFP), di gettare ulteriori 50 milioni di persone nel baratro della fame più nera. In America e Europa, si prospettano inverni frammentati, nevicate violente, e un Mediterraneo bollente capace di generare tempeste estreme al minimo contatto con le correnti atlantiche.
L’impatto di questo sconvolgimento non può restare confinato negli annali meteorologici, ma è destinato a penetrare rapidamente nel tessuto economico attraverso una formidabile spinta inflattiva globale che avrà conseguenze tangibili per ognuno di noi. La siccità in Centro America, prosciugando i bacini idrici che alimentano il Canale di Panama, rischia di strozzare le arterie del commercio internazionale facendo lievitare i costi del trasporto merci. Le contrazioni produttive di soia, caffè, zucchero e cereali si riverberano istantaneamente sui mercati delle materie prime, innalzando il carovita, in primis per le fasce più fragili dei Paesi importatori. L’intensificarsi di alluvioni e subsidenze del terreno — che ha già portato al limite di sostenibilità i bilanci dei grandi riassicuratori — fa impennare le polizze sugli immobili rendendo intere aree residenziali, anche europee, non assicurabili.
Di fronte a questo scenario, la reazione della politica ha mostrato divergenze profonde. Nel Regno Unito il governo laburista guidato da Andy Burnham ha intrapreso una strada pragmatica e allarmata esortando i cittadini a prepararsi alle emergenze nazionali. In un’intervista al Guardian, la segretaria all’Ambiente, Angela Eagle, ha evidenziato come il più grande El Niño mai visto dovrebbe essere preso sul serio da tutto il Paese per il rischio concreto di estati più secche, inverni più umidi e tempeste più estreme. Attraverso la sua voce ambientale più autorevole, Downing Street ha quindi invitato esplicitamente la cittadinanza a costituire scorte di cibo a lunga conservazione, acqua potabile e beni essenziali per garantire un’autosufficienza di almeno 72 ore in caso di blackout o inondazioni.
La misura segna una frattura psicologica e culturale: la narrazione ecologica abbandona le rassicuranti scadenze del 2050 per piegarsi all’urgenza del presente. Non si parla più soltanto di de-carbonizzazione futura, ma di scatolame e torce a batteria da tenere in cantina. Insomma, una sorta di Civil Defence sul modello Guerra Fredda, innescata non dalla minaccia atomica, ma dai decimi di grado accumulati nell’oceano. La scelta di Londra risponde a un lucido calcolo politico. Come evidenziato dal National Audit Office, l’estrema dipendenza logistica dalle catene private di fornitura e l’impossibilità materiale dei soccorsi pubblici di coprire l’intero territorio costringono lo Stato ad ammettere i propri limiti: la prima linea di difesa diventa così quella domestica.
Al di qua della Manica la postura appare diametralmente opposta. Assorbiti dai negoziati sul bilancio comunitario, dalle tensioni geopolitiche mondiali e dalla gestione contingente dei danni causati dalle recenti ondate di calore, i leader europei hanno confinato l’emergenza nei canali della protezione civile.
A ben vedere un atteggiamento emblematico che racconta della paradossale “sindrome di Don’t Look Up” che affligge l’intero corpo sociale e mediatico occidentale. Preferiamo tutti ignorare la cometa che sta per abbattersi sul pianeta e archiviare il “codice rosso” delle Nazioni Unite come “rumore di fondo” piuttosto che affrontare una crisi globale che minaccia i mercati ed esige cambiamenti radicali. Un atteggiamento miope che forse evita le psicosi nei supermercati, ma che si fonda sull’illusione che un fantomatico fattore sistemico (la tecnologia? La politica? Il Mercato?) ci aiuterà ad assorbire ogni urto e finirà per risolvere ogni crisi senza necessità di cambiare rotta. Lo stesso atteggiamento miope che ritroviamo nei negoziati mondiali sul Clima dove i Paesi del Sud globale invocano l’uscita ordinata dai combustibili fossili, mentre le potenze industriali oscillano tra la retorica della resilienza e la più ferma riluttanza a ripensare i propri modelli energetici e di consumo.
Sarebbe però bene ricordare che il Super El Niño si innesta in una catena ininterrotta di dolorose ferite. Le devastanti inondazioni e i crolli franosi che hanno recentemente sconvolto il Nepal, i sempre più estesi incendi boschivi che stanno divorando l’emisfero meridionale, le devastanti tempeste estreme che stanno ferendo l’America Latina, sono solo alcuni dei tanti disastri climatici che stanno seminando morte e disperazione ovunque. L’appello etico è oggi improrogabile. La risposta all’incertezza climatica non può ridursi alla salvezza privata, misurata sul numero di scatolette stipate in cantina in attesa che la tempesta passi. L’illusione individualista di un’arca personale dimentica che le tempeste provocate dalla nostra avidità demoliscono le fondamenta stesse della casa comune. Come il magistero della Chiesa non si stanca di ricordare, “nessuno può salvarsi da solo”. Una crisi ecologica che non conosce frontiere esige la conversione da una logica di mera autodifesa a una logica di autentica fraternità: proteggere i più deboli, custodire la terra e riconoscere che ogni perturbazione nel respiro del Pacifico interpella direttamente la coscienza dell’intera umanità.
Non basterà chiudere la porta blindata: la vera resilienza comincia quando riconosciamo che il destino dell’altro è inseparabile dal nostro.”






