Isolan, riscoprire la terra per salvare il pianeta

«Senza agricoltura ecologica non c’è futuro per la nostra salute e i nostri territori». Intervista a Pietro Isolan, tra i promotori di RuralAcademy

Il Piano di ripresa e resilienza, circa l’utilizzo delle risorse del Next Generation Ue, suscita forti dibattiti in merito delle strategie da presentare in Unione europea. Sono tante le realtà che, in questo tempo, non sono rimaste inerti in attesa delle decisioni calate dall’alto ma hanno cercato di proporre un confronto con esponenti di governo e opposizione.

Ad ottobre anche Aipec  e Mppu hanno presentato un contributo organico sulla politica di ripartenza nel segno di un’Economia Civile e di Comunione. Abbiamo intervistato Pietro Isolan, uno degli autori di questa proposta che, nel suo caso, attinge alla riscoperta della terra come una scelta di vita per il bene comune.

Si parla molto di agricoltura biologica ma prevale quella di carattere industriale. Con quali conseguenze?
In effetti applicando su scala globale il modello dell’agricoltura industriale abbiamo perso, negli ultimi 40 anni, un terzo della superficie coltivabile del pianeta. Questo significa, nei prossimi decenni, fame, guerre, disperazione. Stiamo perdendo un bene comune fondamentale, il suolo. I fondi della commissione europea, finora destinati all’agricoltura industriale e agli allevamenti intensivi, devono essere utilizzati per replicare i modelli sostenibili. Questo si è capito a tutti i livelli, il green deal è stato salutato con grande entusiasmo, nello stesso tempo è ancora forte la trazione dei grandi gruppi economici dell’agroalimentare, come si può vedere nel dibattito sulla nuova politica agricola comune europea per il periodo 2021-27.

Come è nata la tua vocazione contadina?
Sono cresciuto nella fattoria della mia famiglia, a Verona, e le emozioni vissute lì sono state la base: gli animali, le piante, i trattori, i fossi, i campi. Poi ho lavorato come tecnico dell’azienda di Loppiano (vicino Firenze) per 25 anni, con tante mansioni: cantiniere, trattorista, potatore, analisi dei costi, direzione dei lavori agricoli e altro ancora. E infine, qualche anno fa, mi sono posto la domanda chiave: «sarei in grado di produrre da questa terra cibo per la mia famiglia»

E che risposta ti sei dato?
Un secco “no”.  Ero specializzato, infatti, in vite e olivo, ma senza orto e alberi da frutta per la famiglia. Ho ripreso, perciò, i libri in mano, facendo l’orto e allevando piccoli animali. E questo è sfociato presto nell’esigenza di raccontare e insegnare tutto questo anche a livello professionale, con RuralAcademy e altri progetti in cui, assieme ad altri soci, facciamo divulgazione, formazione e progettazione con una rete di aziende agricole, portando ospiti ed eventi con i corsi e il turismo rurale.

Come dite, infatti, nel sito di RuralAcademy «gran parte dell’umanità si è disconnessa dal pianeta, da quando abbiamo smesso di coltivare il nostro cibo. C’è bisogno di riconnessione».
In effetti dopo la Seconda guerra mondiale si è verificato un grande cambiamento nella storia dell’umanità: il numero di persone che coltivano il proprio cibo è drasticamente diminuito. Prima, il 97% delle persone coltivava, oggi lo fa solo il 3%. Questo ha fatto perdere il contatto con il cibo e con il pianeta che lo produce. RuralAcademy nasce per facilitare la riconnessione delle persone al pianeta attraverso la coltivazione del proprio cibo. L’imparare facendo in questo campo è davvero una parola d’ordine, come lo è il divulgare in maniera coinvolgente, e il progettare con coscienza luoghi dove ci sia agricoltura ecologica ed educazione.

Esiste attenzione dei giovani in questo campo?
Assistiamo ad un momento di enorme risveglio da parte loro. Tanti stanno tornando ad autoprodurre o ad aprire aziende agricole, anche provenendo da altri settori. Un distinguo interessante è questo: produrre cibo per gli altri (fare l’agricoltore) è una vocazione, saper produrre cibo per sé stessi, anche in piccolissima parte, è un dovere, una parte essenziale dell’essere vivi su questo pianeta.

Hai detto che «gli agricoltori ecologici sono i piccoli eroi del nostro tempo, i veri custodi del nostro territorio». Ma cosa vuol dire agricoltura ecologica?
Considero l’agricoltura ecologica, o sostenibile, come il grande cesto che contiene i vari filoni di agricoltura che lavorano in armonia con il pianeta: agricoltura biologica, biodinamica, naturale, sinergica, sintropica, eccetera. Tutti questi filoni hanno in comune tre regole fondamentali: aumentare la fertilità del suolo, aumentare la biodiversità dell’ecosistema e non usare chimica di sintesi. “Aumentare”, e non “conservare” fertilità e biodiversità: è una differenza sostanziale.

Si può fare affidamento al sistema di certificazioni esistenti?
È un tema molto caldo. Qualcosa può sfuggire alla certificazione, ma in maniera davvero minima. Sono enormemente più elevati i vantaggi rispetto ai problemi, e il bio ha fatto da apripista per tutto il settore.

Cosa occorre per sostenere la filiera corta della distribuzione alimentare? Non si rischia di farne un modello accessibile solo ai ricchi mente la gente comune va al discount?
Esistono modelli che funzionano e riconoscono il giusto prezzo al produttore e al consumatore finale. Ne indico tre.  Per prima cosa acquistare direttamente dal produttore, in azienda o nei mercatini. In secondo luogo acquistare da organizzazioni o startup che nascono proprio per creare le condizioni di giusto prezzo.

Puoi fare un esempio?
Certo! Una su tutte è “L’alveare che dice sì”, una rete di vendita a filiera corta che grazie ad una piattaforma Internet e ad una organizzazione essenziale facilita logisticamente il collegamento diretto tra produttori e gruppi di consumatori locali. È un progetto in espansione a livello europeo.

E il terzo modello proponibile?
Coinvolge anche la grande distribuzione che può diventare veicolo di giusto prezzo grazie, ad esempio, ad associazioni tipo “La marca del consumatore”, dove cioè i consumatori stabiliscono online il prezzo e le caratteristiche dei prodotti (“buoni, sani e responsabili”) che poi trovano nel supermercato che aderisce all’iniziativa. La cosa fondamentale è diffondere, replicare, aderire a queste iniziative, e, come consumatori, “votare con il portafoglio”.

L’agricoltura biologica sostenibile può competere davvero con quella di tipo industriale? 

Ne sono fermamente convinto, ma anche consapevole che dobbiamo sfamare quelle megalopoli che come dimostra la pandemia, rappresentano un modello disastroso da superare. Esistono già sistemi di agricoltura ecologica e sostenibile su grandi estensioni. Un modello lo troviamo in Brasile, con l’agricoltura sintropica di Ernst Götsch. Ma sarà necessario, allo stesso tempo, superare quelle storture di un mercato dove il grano ha lo stesso prezzo di 30 anni fa ma i costi per produrlo si sono moltiplicati.  Siamo dentro una inevitabile transizione ecologica. Da parte mia credo e lavoro perché i nostri figli abbiano terra e piante per continuare a vivere su questo bellissimo pianeta.

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